Territorio

Baratili San Pietro, Rio Mare Foghe

San Vero Milis

 Indirizzo: via Eleonora D'Arborea 5, 09070 San vero Milis (OR)
 Sito: http://www.comune.sanveromilis.or.it

Percorrendo la strada che dal vecchio tronco della Carlo Felice corre tortuosa verso N, si arriva all’abitato di San Vero Milis (Sant'Eru in sardo). Il comune conta circa 2500 abitanti, è posto a 10 m s.l.m. all'estremità nord-occidentale del Campidano di Oristano, a ridosso della catena del Montiferru.

Importante centro agricolo e vinicolo, basa la sua economia sulla produzione di vernaccia, cereali e ortaggi. Caratteristica la sua vivacità artigianale della produzione di canestri in giunco. L'arte della cestineria sanverese, già rinomata e apprezzata in tutta l'isola per la qualità dei materiali usati, l'eleganza dei disegni e la tecnica raffinata è fortunatamente si è mantenuta grazie alla passione di diverse famiglie, che realizzano ancora questi manufatti a metà strada tra ottimo artigianato e forma di espressione artistica.

Il territorio su cui sorge si estende per 70 kmq fino a costeggiare 20 km di litorale marino, con un rincorrersi di spiagge e scogliere che dispensano panorami sempre nuovi e incantati, specialmente al tramonto. Siamo di fronte all’Area Marina Protetta della Penisola del Sinis, isola di Mal di Ventre, appiattita sul mare dall’erosione dei venti. La costa rocciosa con le scogliere di Su Tingiosu e sa Mesa Longa, termina aprendosi a piccole e incantevoli calette sabbiose isolate dalle onde di maestrale, s’Anea Scoada e sa Mesa Longa, che affacciano su uno specchio di mare trasparente screziato di cobalto e di verde. La lunga spiaggia di Putzu Idu di sabbia finissima, isola lo stagno di Sa Salina Manna e unisce l’omonima località a Mandriola, scivolando su un mare dal basso fondale e dalle sorprendenti tonalità di colori. Il Capo Mannu, zona di passaggio per uccelli migratori, si erge sul mare con alte falesie fino a 51 mt, unito alla terraferma da sottili cordoni sabbiosi, che formano gli stagni temporanei di sa Salìna Mannasa Marigòsa, sa Mesa longa, alimentati solamente dalle piogge che d’estate subiscono un deciso processo di evaporazione fino al prosciugamento. La ricchezza delle zone umide offre un’ampia varietà di ecosistemi: nell’oasi naturalistica di Sali ‘e Porcus tra settembre e fine maggio è possibile avvistare i fenicotteri rosa, quando svernano in Sardegna prima di tornare in Camargue.

Nella frazione di Su Pallosu vive una delle colonie feline più antiche d'Italia, segnalata anche sul sito del FAI: i primi documenti risalgono alla fine degli anni quaranta del ventesimo secolo.

La costa è ricca anche di torri aragonesi, come quelle delle Saline, Scala ‘e Sali, Sa Mora e Capo Mannu, torri di avvistamento edificate per creare una difesa dalle continue incursioni dal mare di turchi e barbareschi. Quest’ultima località è particolarmente apprezzata dai surfisti, che trovano qui le condizioni ideali per praticare kitesurf e windsurf.

La conformazione pianeggiante e la presenza dell'acqua nel territorio del paese hanno consentito sin da tempi remoti l’antropizzazione del territorio: sono facilmente visibili le testimonianze dell'uomo neolitico (IV-III millennio a.C.) che ha lasciato le tracce di villaggi, necropoli e domus de janas, e del periodo nuragico (II-inizi I millennio a.C.), con almeno 30 nuraghi, il più importante dei quali, s'Uraki in località su Pardu, è cintato da un’imponente antemurale di cui sono visibili sette torri collegate tra loro da sei cortine rettilinee.

In età fenicio-punica e romana il territorio è intensamente occupato con fattorie destinate allo sfruttamento agricolo diventando il granaio di Cartagine e Roma. Lo sfruttamento delle risorse riguardava anche il sale di Sa Salina Manna e la pesca: a Capo Mannu era ubicato il Koracodes Portus, porto legato a queste attività. Conosce poi nel ‘500 il dominio dei sovrani spagnoli, autori delle quattro torri di avvistamento costiero.

Dove l’abitato si arresta oggi sulla barriera naturale del corso d’acqua s’Arrieddu, sorge la parrocchiale di Santa Sofia, risalente al XVII sec. ricostruita in forme rinascimentali probabilmente sui resti della chiesa medioevale dedicata a san Teodoro (San Teoru in sardo, da qui il toponimo Santeru o Sant'Eru). Gli unici elementi decorativi del prospetto lapideo in tufo, trachite verde ed arenaria sono rappresentati dai tre portali timpanati e dal rosone in trachite rossa sull’asse centrale. Tra il 1742 e il 1802 venne costruito il campanile, oggetto di successivi interventi nel 1838 e 1952. La chiesa custodisce argenti liturgici di bottega sarda databili tra XVI e XVIII sec.

Forse alle stesse maestranze si deve anche la Chiesa di San Michele Arcangelo, fine XVI-inizi XVII sec, originariamente mononavato, nel 1668 la Confraternita dello Spirito Santo commissionò l’ampliamento delle due navate laterali.